Domenico Patassini
Accademia Olimpica di Vicenza
Università Iuav di Venezia
10 Ottobre 2018

Considerati i suoi caratteri localizzativi, dimensionali e morfologici, il Parco ‘Querini’ si presenta come componente vitale del paesaggio urbano centrale con evidenti funzioni storico-culturali, connettive, idrauliche, botaniche e climatiche. Nonostante i danni inferti dal secondo conflitto mondiale e il progressivo ‘confinamento’ dovuto a processi di densificazione ed espansione urbana, la sua rilevanza è ribadita dalla storia economica e sociale della città, dalle pratiche civiche, dal sistema di pianificazione e dalla legislazione. In questo ambito, e per il contributo attivo dell’associazionismo vicentino, sono da tempo maturate istanze orientate alla manutenzione del verde che nel Parco in oggetto e nei parchi urbani, specie se dotati di serre, trovano valido supporto cognitivo, progettuale e operativo.
In accordo con i principi codificati dalla Costituzione e da convenzioni specifiche, ad ogni intervento in area monumentale, di pregio ambientale o paesaggistico, viene chiesta una straordinaria capacità di equilibrio fra istanze interpretative, di tutela e valorizzazione. A questa capacità si dovrebbe ricorrere con solerzia e fiducia quando l’urgenza richieda un recupero storico e funzionale di manufatti per garantire ai viventi e a chi verrà documenti di conoscenza e condizioni plausibili di fruibilità. La comunità di Vicenza sta sperimentando questa straordinaria opportunità nel Parco ‘Querini’ seppur con alterno convincimento e con rilevanti problemi procedurali. Mi limito, in questa sede, a citare gli aspetti che, a mio avviso, più influiscono su un complesso processo progettuale, sulle proposte progettuali e sulla loro operatività.
Il progetto di restauro conservativo del 2010 (redatto in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici Culturali e Paesaggistici di Verona, da questa autorizzato e quindi approvato dalla Giunta Comunale nel 2013) cercava di raggiungere la capacità di equilibrio sopra indicata, limitandosi ad un ripristino degli ambienti e dei manufatti di serra, in conformità a quanto previsto dal Piano ‘Coppa’ per il Centro Storico, dal vincolo monumentale e dal Codice BBCC. Il progetto (soprattutto nella prima versione, più leggera e particolarmente attenta all’accesso) ribadiva l’integrità dell’impianto del parco, limitando gli interventi ai resti del corpo di fabbrica e agli annessi rustici, garantendo servizi igienico-sanitari e di accoglienza (un contenuto spazio di ristoro). Venivano garantiti un accesso ‘dolce’ e una rifunzionalizzazione distributiva leggera, ma comunque funzionale agli usi quotidiani e specialistici. L’utilizzo di questi spazi da parte di diverse categorie di utenza avrebbe nel tempo suggerito eventuali aggiustamenti.
Il progetto ‘espansivo’ del 2013, proposto dal Comune di Vicenza all’attenzione della Soprintendenza, sembra contraddire la logica del progetto di restauro conservativo e, nonostante il parere positivo della stessa Sovrintendenza, tende a forzare i vincoli monumentali, nonché quelli imposti dal Piano ‘Coppa’.
La dismissione e l’abbandono dei manufatti di serra hanno reso necessaria la messa in sicurezza del 2013, seppur con limitate risorse, e consentito l’attesa catalogazione/conservazione dei materiali di interesse filologico e degli elementi costruttivi più rilevanti. Gli interventi avrebbero potuto essere intesi come operativo avvio del progetto conservativo. Ma, nonostante la parziale messa in sicurezza abbia fornito ulteriori elementi a sostegno dell’ipotesi conservativa del 2010, il mancato completamento delle operazioni ha contribuito a riavviare il degrado e convinto, nel 2016, l’associazione ‘Civiltà del Verde’ a candidare una porzione del progetto del 2013 (denominato ‘Far rifiorire le serre’) al bando del ‘bilancio partecipativo’ indetto dal Comune. La partecipazione al bando da parte della comunità vicentina è stata significativa, a conferma della riconosciuta valenza civica del Parco.
Proposto al mutuo da richiedere alla Cassa Depositi e Prestiti, il progetto veniva quindi trasformato dall’Amministrazione comunale in ‘Progetto partecipato 2016 – Recupero e rifunzionalizzazione delle ex serre di Parco Querini – 1° stralcio’ e l’incarico di progettazione affidato con procedura negoziata senza pubblicazione del bando.
E’ agevole riconoscere come il progetto si differenzi dal progetto preliminare, pur assunto come guida, contraddicendo quanto previsto dal nuovo Codice delle opere pubbliche (2016). Al di là degli enunciati filologici e di conservazione il progetto propone una artificiosa contrapposizione fra antico e nuovo; viene anche criticato, in prima battuta, dalla Soprintendenza che non concede l’autorizzazione sulla base di pareri e prescrizioni emessi nel periodo settembre-novembre 2016. Senza parere positivo della Sovrintendenza, l’Amministrazione Comunale (con DdG n. 159, 25/08/2016) inserisce il progetto nel programma “Liberare energie urbane” candidato al “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie” (Dpcm 25 maggio 2016). Una candidatura che interpreta in modo discutibile la logica che informa il programma straordinario. L’autorizzazione con prescrizioni viene tardivamente rilasciata, consentendo al Comune la validazione del progetto definitivo e rinviando alla fase esecutiva le modifiche richieste dalle prescrizioni. Con l’inserimento nel c.d. ‘Bando periferie’ si procede a nuovo incarico mediante procedura aperta. Il nuovo progetto incorpora il progetto definitivo e lo completa definendo, in modo contraddittorio, una platea rettangolare indipendente, costruita sulla base di moduli quadrati e agganciata a terra con plinti di cemento. La platea dovrebbe ospitare servizi igienici e vano tecnico. Per consentire l’avvio dei lavori, vengono avviate indagini connesse alla bonifica bellica.
Va rilevato come l’avvio quasi in parallelo di due procedure autorizzative, il Progetto ‘partecipativo’ e il Progetto ‘periferie’, non comporti una operativa sinergia, ma rafforzi le ragioni di un progetto più invasivo e le garanzie di un suo parziale finanziamento. Infatti, quanto definito nel bando ‘partecipativo’ viene affidato al più consistente Progetto ‘periferie’ (‘Liberare le energie’, Gennaio 2017) con attivazione di procedura d’urgenza e affidamento della messa a punto del progetto operativo e della sua realizzazione ad un raggruppamento temporaneo di impresa. Il progetto definitivo non è stato esito di alcun concorso di idee, non presenta alcuna istanza partecipativa e propone ulteriori modifiche al progetto originario in contrasto con le iniziali precauzioni filologiche: la serra diviene in parte museo di se stessa, in parte caffetteria; viene inserito uno spazio multifunzionale ‘a geometria modulare’ con autonoma ed incrementale proprietà espansiva; é prevista una pedana di accesso per raggiungere i piani di calpestio in quota; i servizi igienico-sanitari e tecnologici sono trasferiti nella platea; si prevede un sistema di sotto-servizi a forte impatto sulla pedo-morfologia del parco; si ricorre a materiali da costruzione molto diversi da quelli richiesti dal restauro conservativo. Da ‘macchina del parco’, le serre (meglio, i loro luoghi ‘perduti’) diventano una passiva ‘quinta scenica’ del nuovo spazio multifunzionale.
Il progetto esecutivo (autorizzato dalla Soprintendenza in Agosto 2018, in dubbia coerenza con le sue stesse prescrizioni) beneficia di precedenti valutazioni di archeologia preventiva ed è interessato da un ‘invasivo’ intervento di bonifica bellica, in un contesto in cui il patrimonio arboreo monumentale rappresenta, con il suo diffuso apparato radicale, un elemento di fragilità. Gli sbancamenti in corso per la bonifica sembrano escludere vi sia stata una preventiva caratterizzazione dei suoli, obbligatoria, e resa oggi possibile da avanzate tecnologie (sensoristica) di monitoraggio e di osservazione della terra in prossimità o da remoto.
La reciproca influenza di procedure e contenuti progettuali risulta evidente dalla sintetica (e forse parziale) ricostruzione della vicenda. Ma nel prosieguo vorrei approfondire, per competenza personale e rispetto del dibattito in corso, solo alcuni aspetti del Progetto Esecutivo presentato nel Novembre del 2017 e ‘acquisito’ nel Progetto ‘Periferie’. Gli approfondimenti alludono a criteri progettuali e linee-guida.
Come già anticipato, il progetto non si limita al restauro funzionale delle ex-serre, da intendersi come impianto unitario e compiuto, ma ‘innesta’ una struttura addizionale. In secondo luogo, il Progetto apre il parco ad usi aggiuntivi e, in certa misura indipendenti, rispetto a quelli attuali. In terzo luogo, affronta con ‘pesantezza’ la questione della bonifica bellica e, infine, tende ad autolegittimarsi proponendo regole ad hoc. Si tratta, ovviamente, di aspetti connessi.
Il restauro potrebbe limitarsi alla ricca articolazione funzionale delle ex serre, anche se di contenuta dimensione e ridotte allo stato ruderale, al fine di coltivarne la testimonianza attiva. Questa testimonianza é importante nel sistema complessivo delle ville venete in cui la ‘cultura di serra’ ha giocato un importante ruolo botanico, architettonico e paesaggistico, ma soprattutto gestionale, con significativi rimandi alla cultura europea ed asiatica. L’ ‘ambito di serra’, con le sue geometrie, con i suoi materiali costruttivi e caratteri tipologici che lo connotano, non dovrebbe essere ridotto a ‘nucleo di progetto’ (una sorta di pivot) a cui affiancare un estraneo ‘corpo’ modulare metallico di servizio al parco (‘isolato nel verde’). Questo problematico innesto verrebbe rafforzato da un nuovo accesso sul perimetro murario dell’antico insediamento monastico e sui resti del terraglio difensivo quattrocentesco con l’obiettivo di svincolare l’accesso al complesso delle serre dagli orari di apertura del parco stesso. La ‘separazione’ sembra rischiosa, perché potrebbe mettere in crisi la concezione unitaria e integrata del parco che sulla struttura delle ex serre ripone le principali istanze di memoria, conoscenza e manutenzione. Non solo: la nuova struttura potrebbe vivere di vita propria in quanto, come riportato nella relazione di progetto, definisce ‘il suo ambito di pertinenza attraverso una maglia aerea metallica modulare, potenzialmente espandibile’ e potrebbe essere ‘di supporto diretto anche (!) alle attività ospitate nelle serre’ (p.14/24). Rimarcando la distinzione fra intervento contemporaneo e preesistenze storiche, l’esito viene ribadito in termini compositivi e progettuali da un esoscheletro per piccoli padiglioni in grado di definire ‘la regola insediativa di nuovi ambiti, previsti e futuri, con carattere di massima reversibilità’ (p. 20/24).
La natura strumentale e filologicamente discutibile del progetto sembra emergere quando, nella relazione di progetto, si dice: ‘Le strutture esistenti, consolidate e restaurate, saranno perciò il punto di partenza di un più ampio progetto di architettura, che prenderà consistenza e forma, attraverso l’ “innesto” delle nuove parti costruite’ (ivi). In questa descrizione sembra emergere una sorta di autolegittimazione che potrebbe ridimensionare concettualmente (e irreversibilmente) le regole paesistico-monumentali in vigore e, in certa misura, quelle archeologiche. In termini operativi, ciò potrebbe anche ridurre le necessarie precauzioni nella gestione del cantiere per la eliminazione della cosiddetta ‘infestazione ferromagnetica’ e per la costruzione dei sotto-servizi.
Sulla base di queste considerazioni e tenendo conto delle opportunità derivanti dalle emergenti istanze di messa in sicurezza, mi auguro vengano adottati criteri progettuali che: a) siano in grado di accogliere le necessarie precauzioni filologiche; b) rispettino i vincoli paesistici e storico-monumentali; c) contribuiscano a ridurre i ‘rischi di alterazione da bonifica’, riconsegnando i manufatti delle ex serre restaurate, e in parte rifunzionalizzate, ad un Parco che abbisogna di riconoscimento, manutenzione ordinaria e cura nell’ambito di un aggiornato modello di gestione civica.
Colgo l’occasione per ricordare che il Parco attende da tempo interventi strutturali di completamento della sistemazione idraulica, di riordino delle fasce perimetrali, di ripristino del collegamento a Palazzo Capra e di ridisegno della zona buffer.

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