Perchè è sbagliato il progetto delle serre di Parco Querini

Il Parco Querini è il parco simbolo di Vicenza, gioiello verde che la città negli anni ’60, presa coscienza della sua importanza, ha salvato dall’abbandono e da una possibile lottizzazione, sottoponendolo ai vincoli della tutela monumentale che ha visto coinvolte tutte le istituzioni locali e nazionali. Ed è il parco che la città ama, vive, e vuole proteggere.

Di che cosa ha bisogno un parco storico? In primo luogo di essere conservato, come tutti i monumenti, attraverso una continua e corretta manutenzione che la stessa legge impone e che consiste in “attività e interventi destinati al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti”. Tutto ciò è possibile solo se si ha una chiara consapevolezza del suo valore e della responsabilità di questo impegno. Abbandonare vuol dire lasciare le porte aperte al degrado. E’ il caso delle serre del parco, documento identitario e unico in città.

Ora di che cosa hanno bisogno le serre?
Lo dicono le leggi sulla conservazione dei monumenti: di restauro, preceduto da studi specifici, che le possa riportare al loro stato originario (sia estetico che funzionale) per poterle trasmettere alle generazioni future. Ecco dove sta il grave errore che sottende al progetto che si vuole realizzare: nel cancellare arbitrariamente il passato, facendo diventare le serre altra cosa, calpestandone il valore, eliminando lavori e studi fatti e irridendo la partecipazione dei cittadini e il loro contributo alla tutela e conservazione del bene.

Il progetto ora è titolato: Restauro e rifunzionalizzazione delle ex serre Cunico.
Ma dov’è il restauro se si parla di ex serre, di demolizioni, nuove strutture di acciaio, fondazioni profonde, impianti di riscaldamento a pavimento e raffreddamento, di caffetteria? Perchè ex serre Cunico? Ed è grave non si parli anche della progettazione di nuove aree adibite a servizi igienici e vani tecnici. Magari in attesa (appena si avranno i soldi) di avere una ampia piastra dedicata anche a ristorante? Un’area servizi che poggia su plinti di cemento, con pali di acciaio, pavimento flottante, priva di ogni logica, relazione estetica e funzionale, nel cono di visuale del tempietto, direttamente raggiungibile dall’esterno, da Via Rodolfi, grazie all’apertura di un varco nel muro medioevale.
Siamo in un sito monumentale, con vincoli molto stringenti. Solo per fare i servizi si occupa una superficie di 324 mq. L’area completa di punto ristoro ne prevede 840 (per approfondimenti: www.civiltadelverde.com). Un progetto elaborato e pagato con soldi pubblici, senza che nessuno, né cittadini né associazioni, abbia potuto discuterlo con chi lo andava pensando e realizzando.
Ma la nostra preoccupazione va oltre il fatto in sé. Questo intervento oltre a snaturare una parte consistente del parco storico costituisce un precedente pericoloso: il permesso di aggredire il Centro Storico, sito patrimonio UNESCO. E poi come può il Comune chiedere ai privati il rispetto delle regole se per primo non le rispetta? E come ha fatto lo stesso Comune per anni a rilasciare autorizzazioni paesaggistiche in palese assenza dei requisiti previsti dalla legge? Nel caso di Parco Querini ci troviamo di fronte a relazioni paesaggistiche prive di analisi del rapporto con il contesto, dei coni di visuale, degli effetti dell’inserimento dei nuovi volumi, valutate in assenza di una commissione paesaggistica che garantisca competenza e certifichi la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica e funzioni amministrative.
Non si tratta di bello o brutto, ma di essere rispettosi di tutto ciò che rende possibile l’agire in quel contesto e di lavorare guardando al futuro e alla bellezza con la dovuta sensibilità per ciò che abbiamo ereditato dal passato. E senza spreco di denaro pubblico!

Per affermare questi principi Civiltà del Verde con Italia Nostra, non trovando ascolto nelle istituzioni che hanno il compito della tutela del patrimonio culturale della nostra città, anche nel rispetto dei vincoli che ci impone l’UNESCO, hanno presentato un ricorso al Capo dello Stato proprio avanzando i motivi che ho sin qui sintetizzato. E non potrebbero fare diversamente associazioni votate alla difesa del patrimonio culturale e del paesaggio. Ci conforta, oltre ogni altra considerazione, che abbiamo al nostro fianco moltissimi cittadini (oltre 2200 hanno firmato la nostra petizione) che ci sostengono e incoraggiano a continuare su questa strada.

Romana Caoduro

presidente Civiltà del Verde

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